COLONY, di Yeon Sang-ho

Un virus altamente infettivo in grado di rendere i contagiati un'enorme colonia comunicante viene rilasciato in un palazzo dove si sta tenendo un'importante convention scientifica. Un pugno di sopravvissuti, tra cui una ricercatrice dal pessimo carattere, dovranno fare di tutto per sopravvivere, mentre...

Nell'ultimo periodo mi sto accorgendo ancora più del solito di quanto usiamo (spesso inutilmente) il cellulare. Ci rifletto a ogni fine turno mentre io e i miei colleghi ce ne stiamo a scrollare ognuno il suo smartphone senza dirci nulla, o quando le comunicazioni coi miei amici a causa degli impegni della vita adulta si riducono allo scambio di meme discutibili, oppure nel constatare con una certa amarezza che negli ultimi giorni, vuoi per lavoro, il blog ma anche nel semplice aggiornarmi in rete, ho intessuto più comunicazioni online che nella vita quotidiana.  

Comunicare, appunto. Credo che l'essere umano abbia trovato la sua vera essenza nella creatività che, dal canto suo, porta a doverla trasmettere ai suoi simili. Da qui, la comunicazione. Una razza che non sa comunicare presto o tardi è destinata a estinguersi... e non mi stupirei che Yeon Sang-ho abbia avuto la mia stessa elucubrazione.

Era leggermente lecito poi chiedersi cosa stesse succedendo alla carriera del regista sudcoreano, che dopo il successo trasversale di Train to Busan ha allargato il franchise proseguendo prima con il cartone animato Seoul station, buono ma abbastanza superfluo nell'essenza, e poi col deludente seguito Peninsula, due opere che per quanto alterne facevano già presagire che la miccia del genio che l'aveva portato a quella piccola rivelazione si era spenta. Era così passato sotto l'egida di Netflix, realizzando prima una roba improponibile come Psychokinesis e poi il qui apprezzato Tre rivelazioni - statece, per me era un ottimo film. Certo, il perfetto connubio che aveva reso i suoi zombie pendolari così apprezzati era però ben lungi dall'essere raggiunto nuovamente e il suo nome si stava allontanando dai radar importanti. Infatti qualcuno sentiva la mancanza di un suo film? 

Se gli ultimi blocchi del lettore mi hanno però insegnato qualcosa, è che non sempre cercare strade nuove aiuta. Certe volte sono proprio le letture di confort quelle in grado di rappacificarti con la carta stampata. Colony infatti è un film speculare al successone di ormai una decade esatta fa, anzi, possiamo dire che è proprio la sua versione sotto steroidi, più pessimista e dove il nostro sembra trovare un fasto cinematografico che sembrava essersi perso alla stazione precedente.

Il "bello" è che si tratta addirittura di un film inferiore al titolo più famoso del curriculum di Sang-ho, che a sua volta era un (magnifico) compromesso rispetto allo stile iniziale dei suoi primi due lungometraggi animati, molto più crudi e permeati di un soffocante cinismo. Non ritengo nemmeno che la sua maratona ferroviaria sia il capolavoro che tanti dipingono, semplicemente (che poi, magari fosse così facile raggiungere un equilibrio simile) si trattava di un prodotto più mainstream ma che, nel suo arrivare alla più grande fetta di pubblico possibile e dovendo per forza di cose risultare più rassicurante che mai anche di fronte all'apocalisse, gestiva tutto al meglio, concedendosi pure una sua piccola profondità per come riusciva a farti affezionare ai personaggi, tutti caratterizzati alla perfezione, 

Colony raccoglie l'eredità di queste sue due anime. Non solo piazza di nuovo una manciata di disperati (molto più anonimi, stavolta - troppi e di alcuni credo non venga nemmeno detto il nome) e li mette alle prese con dei trapassati, stavolta infetti, ma fonde la necessità di movimento del suo campione d'incassi al ritratto di un'umanità desolante degli esordi. Non c'è un solo personaggio che si salvi, chi mantiene una propria integrità morale finisce con lo schiattare e l'unico con una bussola morale ingenuamente ferrea finirà col venir compromesso da questo marciume.  

Non si salvano nemmeno la scienza, che ha reso possibile un simile abominio, e nemmeno il governo, che adotterà delle soluzioni ai limiti del machiavellico per far fronte alla minaccia. In mezzo a tutto questo fluisce la colonia del titolo, motore scatenante del casino. 

L'idea di un gruppo di posseduti genetici in grado di comunicare come una sola mente, aggiornarsi a vicenda e sopperire alle carenze dei singoli è un'idea fantastica e, per quanto le riflessioni di cui sopra rimangano solo accennate di fronte all'esigenza della spettacolarità, fa capire come spesso il cinema più popolare diventi specchio della nostra epoca. A differenza nella manica di superstiti, gli infetti comunicano, si passano informazioni e agiscono come un'unica entità affinché la loro propagazione giunga a buon fine, mentre le fila degli umani sono guidate da meschinità, gelosie, egoismo e tutto quello che renderebbe la razza dei sapiens meritevole dell'estinzione. Ripeto, il film ha il solo scopo di intrattenere nella maniera più baraccona possibile, ma tutte le implicazioni, per quanto superficiali, non possono che far pensare un attimo alla direzione che sta prendendo la nostra società che, in un momento dove la comunicazione e la fruizione di contenuti ha raggiunto il picco storico, ci troviamo però incredibilmente soli, isolati e totalmente privi della benché minima empatia verso il prossimo. 

Questo è un aspetto che il film fa intendere, ma mi è spiaciuto non affondi mai il pugnale come dovrebbe nella questione, perché il connubio tra questi infetti comunicanti e quegli umani così goffi (chiunque di loro riesca a spiccare ha un problema comunicativo con l'altro, fateci caso) avrebbe dato quella spinta in grado di elevarlo a vero capolavoro.

La finalità però rimane l'adrenalina, e tanto basta a portarsi a casa il risultato. Colony è una lunga fuga che non lascia scampo, girata e montata da padreterno che in più di un'occasione mi ha fatto domandare come diamine abbiano fatto a girare certe sequenze senza ammazzare nessuno. Incredibile anche il lavoro dei vari stunt e coreografi non solo per il dinamismo di certe sequenze, ma anche per come sono riusciti a caratterizzare la camminata e le posture dei vari abomini, piccoli particolari che rendono ancora più ricco un film che sembra chiedere poco offrendo però uno spettacolo visivo di tutto rispetto, uno di quelli in grado di metterti in pace col cinema. Sembra non solo che Yeon Sang-oh abbia riflettuto sulla nostra società perennemente connessa, bensì che il suo vero riscatto sia quello di ritornare con una furia cieca in grado di dimostrare di che pasta è fatto dopo anni in cui ha presentato una versione più annacquata di sé. Direi che, almeno sul lato tecnico, c'è riuscito egregiamente.

Colony è un ottimo film come visione a sé, ma anche per salutare con qualche brivido questa afosa estate che non ci lascia tregua col caldo. Guardatelo e ditemi se vi siete annoiati per un solo secondo, perché ritmo e coinvolgimento sono quanto di meglio la cinematografia attuale abbia da offrire sul tema.

Io mi ci sono divertito una caterba, come dicono dalle mie parti. Due ore passate senza sfiorare il telefono.






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